Senato della Repubblica – Disegno di legge nr. 853/2018 

Lo scorso anno con la legge 27 dicembre 2017, nr. 205, il Parlamento italiano ha introdotto nel nostro Ordinamento l’istituto del caregiver familiare, creando anche un apposito fondo per il sostegno del nuovo istituto.

Con tale figura si è fatto riferimento al soggetto che assiste e si prende cura del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, non è autosufficiente ed in grado di perdersi cura di sè, ed è stato riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza.

Molti i punti degni di attenzione ma altrettanti quelli che generano perplessità e necessitano di coordinamento e/o integrazione con altri istituti giuridici previsti dall’attuale ordinamento nazionale.

Le finalità del disegno di legge in questione, sono di duplice ordine: da un lato garantire a ciascun soggetto il diritto di vivere nel proprio ambiente, alla partecipazione e inclusione sociale e dall’altra parte garantire alle persone che le sostengono, curano ed assistono la libertà di affermare la propria personalità e un adeguato livello di qualità di vita.

Ma, mentre la figura del caregiver familiare è quella espressamente normata dall’art. 1, comma 255, della legge n. 205/2017, l’individuazione del soggetto assistito, presenta problemi interpretativi.

Il disegno di legge infatti, prevede che, ai soli fini dell’applicazione delle disposizioni sul caregiver familiare, ai fini della determinazione della non autosufficienza deve farsi riferimento ai criteri della classificazione internazionale del funzionamento della disabilità e della salute (ICF) adottati dall’OMS. 

La non autosufficienza non costituirà un concetto unitario ma sarà determinato in modo diverso a seconda dei vari istituti o prestazioni di riferimento. Tutto ciò vuol dire istituire concetti diversi di uno stesso fenomeno, generando confusione e disparità di trattamento.

Sotto il profilo previdenziale e lavorativo, sarebbe stato opportuno la previsione per i soggetti occupati che prestano servizio ai disabili gravi della possibilità di un prepensionamento a qualsiasi età con almeno 5 anni di contributi effettivi con un’integrazione al minimo dei trattamenti previdenziali e, per quelli non occupati e impediti nella possibilità di lavorare, la previsione di un trattamento economico adeguato.

 

Fonte: uff. legislativo ANMIC